“Un fine intellettuale come lei non deve scordare una distinzione fondamentale, quella fra cacciatore e bracconiere. La caccia che rispetta le regole e paga profumatamente le tasse non uccide gli asinelli e non spara in vicinanza della case, quello si chiama bracconaggio”.

Cito la voce “bracconiere” del vocabolario Treccani ed ecco la risposta:

“Mi perdoni ma non possiamo spacciare la definizione del dizionario come verità assoluta. Lei ha scritto delle corbellerie marchiane come “colui che ha sparato all’asina non è un bracconiere, ma un inesperto” o altre sui bracconieri che dimostrano di avere un immaginario dell’argomento in stile Disneyland. Mi creda, sono dei criminali spudorati e basta. Un cacciatore non sparerebbe mai ad un asino o ai suoi gatti”.

“Apprezzo i suoi sforzi ma credo che anche fini intellettuali possano non capire un h di ambiente e biologia. Ed anche fini intellettuali possono non possedere l’onestà di differenziare caccia da bracconaggio. Purtroppo la diseducazione ambientale è un male molto diffuso in Italia”.

“In un ambiente, purtroppo, fortemente antropizzato e compromesso la caccia è utile, anzi utilissima a ristabilire equilibri. Per favore evitate, tutti, di fare i professori su temi che non vi competono”.

“Molto chic… No, non sono un accademico, sono un povero orchestrale ignorante ma dato che nella natura ci sono nato nemmeno mi ci metto a discutere con gente che al massimo va in campagna una volta all’anno per la scampagnata di pasquetta. Rimanete nella vostra ignoranza”. (“Chic” è definita l’argomentazione di un altro interlocutore che chiede se chi sostiene queste posizioni sia un biologo, un accademico, uno scienziato o altro: dovrà ammettere di non essere nessuna di queste cose.)

“Non posso ribattere punto su punto, consideri che praticamente tutto è palesemente sbagliato o semplicemente e tecnicamente falso. Anche se la natura non è il suo campo, le voglio dare comunque qualche spunto di riflessione: una volta il PCI era la casa naturale di contadini, allevatori e di tutti coloro che vivevano delle risorse naturali. Ad un certo punto siamo voluti diventare chic e abbiamo sposato l’animalismo più becero e antiscientifico (ovvero che scarica le colpe del disastro ambientale sul singolo invece che sul consumo di risorse del sistema capitalistico). Il risultato, oltre le decine di migliaia di voti persi, sono gli sproloqui che si possono leggere, ad esempio, in questa discussione. A me piacerebbe tornare alle origini e ad una visione scientifica della gestione ambientale. Levare i politici dalle commissioni ambiente e metterci gli scienziati. Lei cita spesso la Germania come esempio, qui ci sono i Stadtjäger che girano per le città con la carabina ad aria compresa ed eliminano le specie opportuniste, piccioni, corvidi, volpi etc. Questo, unito ad una legislazione severa per il possesso del gatto domestico (nutrire randagi, quello che fanno le associazioni citate dall'”accademico”, è severamente vietato) fa sì che è possibile vedere in città anatidi, ghiandaie, rapaci, e molte altre specie diventate rare”.

Ho qui sopra elencato alcuni degli interventi che in una discussione su Facebook pretendevano “confutare” le ragioni della mia posizione critica nei confronti della caccia. Nessuno, come potete leggere, che argomenti seriamente, e con argomenti scientifici. Ma io “non capisco un h di biologia e di natura”. Sono un “fine intellettuale”che però dice “corbellerie”. L’espressione “fine intellettuale” mi ripugna perché impropria e tipica di chi vede in chi studia un potenziale nemico del “popolo”. L’ultimo intervento di chi la usa chiarisce bene questa prospettiva di giudizio, ahinoi diffusissima e madre di tutti i populismi. E un’ultima osservazione: costoro non mi conoscono e appare dunque addirittura comica l’asserzione che apparterrei alla schiere di chi in campagna ci va una volta l’anno a Pasquetta. Peccato, per lui, che io viva in campagna, su una collina di fronte al Monte Soratte e alle spalle il fiume Tevere, a pochi passi dalla Riserva Naturale Regionale Tevere Farfa, dove mi reco spesso a guardare il fiume, gli uccelli, le piante, gli alberi e a passeggiare. Ma ciò premesso, vorrei qui chiarire alcuni punti ed esprimere con chiarezza la mia posizione nei confronti della caccia.

La discussione è nata in seguito all’uccisione di un’asina dell’ex rugbista Andrea Lo Cicero, a Nepi. A colpirla è stato un cacciatore. Gli asini lo aiutano a curare bambini disabili. Non è un incidente raro, purtroppo, quando entrano in azione i cacciatori. Il cacciatore è stato denunciato e trovato. Ma punire qualcuno per un uso maldestro del fucile non risolve il problema. Che non è questo o quell’altro incidente, bensì la legittimità stessa della caccia in un’epoca nella quale non appare più come un’attività necessaria. Tanto più che attuarla in zone densamente popolate mette a rischio chi ci abita e i suoi animali. L’anno scorso mi sono visto bucare il muro del mio balcone da una pallottola sparata da un cacciatore. Se fossi stato sul balcone a leggere un libro ora non potrei scrivere queste righe. Vivo in campagna, come ho scritto poco sopra. Poco distante dal borgo di Fiano Romano, in cima a una collina. Vedo davanti a me il Monte Soratte e alle mie spalle scorre il fiume Tevere. Vivono con me tre gatti. Che naturalmente scorrazzano liberi per la campagna. Tremo all’idea che un cacciatore vendendoli muoversi tra il fogliame possa scambiarli per selvaggina. Ma li lascio liberi ugualmente. Perché sono animali e devono muoversi liberamente per la campagna. Mi piacerebbe solo che nella mia zona, dove sono costruite anche altre piccole ville, fosse vietata la caccia. Sembra che non sia possibile richiedere il divieto. Che comunque risolverebbe il mio problema, la mia insofferenza per l’attività dei cacciatori, non il problema della legittimità della caccia, oggi. Non voglio tirarla per le lunghe. Butto subito lì il punto fondamentale, che è un punto morale. Gli antichi Romani godevano a vedere ammazzarsi sull’arena i gladiatori, dopo di loro fino a non molto tempo fa le esecuzioni capitali erano pubbliche e la gente accorreva per assistervi. Oggi appaiono intollerabili. Negli USA, negli Stati in cui vige ancora la pena di morte, sono ammesse poche persone ad assistere all’esecuzione. Ed è lo stesso uno spettacolo intollerabile. Direi, anzi, che intollerabile è l’idea stessa della pena di morte e, infatti, giustamente in Europa è stata abolita.

Facciamo un passo in più. Anche la nostra sensibilità nei confronti degli animali è cambiata, si è ingentilita. Perché in realtà li conosciamo meglio. Esiste l’orrore degli allevamenti intensivi, è vero, e lo sopportiamo, o fingiamo d’ignorarlo. Lo giustificherebbero esigenze alimentari, tuttavia credo che bisognerà esercitare pressione perché si effettuino controlli severi, e l’ideale anzi sarebbe abolirli. E’ comunque un altro discorso. Che ripropone in termini drammatici il problema dell’alimentazione. Facciamo finta che non riguardi un discorso sulla caccia. Limitiamoci alla caccia. Ora, è evidente che la caccia non serve più per contribuire all’alimentazione umana. Perfino la selvaggina ormai è d’allevamento e quella si serve per lo più nei ristoranti. Non serve nemmeno, come alcuni sostengono, per riequilibrare l’ambiente, eliminare la sovrabbondanza di specie animali nocive. A ristabilire l’equilibrio esistono forze dello Stato, Guardie Forestali, Cacciatori Cittadini (in Germania), i liberi cacciatori non sono necessari, anzi fanno danno, perché, salvo pochi, non rispettano affatto il divieto di sparare a specie protette, pur di sparare sparano a tutto ciò che si muove, in terra e nel cielo. Né diventano per questo bracconieri, perché i bracconieri sono quelli che cacciano di frodo per trarne profitto. Costoro invece sono cacciatori con tanto di licenza e che, proprio perché hanno una licenza, sparano a tutto. Pochissimi quelli corretti. Ma anche questo non è il punto principale. Il punto principale è morale. Ho scritto poco sopra che la sensibilità nei confronti dell’animale è cambiata. Tanto è vero che esistono ormai anche leggi che puniscono chi maltratta gli animali. Maltrattare un animale è un reato, finalmente, ed è punito dalla legge. Ucciderlo, allora? Ucciderlo gratuitamente, per gioco, per sport? Ecco il punto. Oggi non sembra più tollerabile che un animale possa essere ucciso per divertimento, per gioco. In Spagna si cominciano a proibire le corride. Perché dovrebbe essere permessa la caccia? Se la voglia di sparare è irresistibile vadano al tirassegno, sparino ai piattelli.

Non voglio farcire il mio discorso di troppi chiarimenti, di troppe digressioni. Potrei, per esempio, citare il lavoro di molti biologi, etologi, che ci illustrano il mondo animale. Ma ciascuno può trovare da sé lo studio che chiarisca i suoi dubbi. Accenno solo a un fatto. Le specie del mondo animale non sono elementi separati, ma convivono, e formano un’unica più generica specie, che è appunto la specie animale, dall’insetto all’uomo. Tra queste specie, le specie dei mammiferi provano le stesse emozioni della specie homo sapiens, la cui unica differenza specifica è di possedere il linguaggio, come aveva già capito Aristotele, come confermano gli antropologi e i linguisti. Leggete Cavalli Sforza e Chomsky. Avete mai guardato gli occhi di un cane, di un gatto, di un asino, di un cavallo? E non vi è mai venuto il dubbio che il loro sguardo comprendesse il vostro sguardo? Per me non è un dubbio, ma una certezza.

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Dino Villatico
Sono nato a Roma nel 1941, il 28 aprile. Infuriava la guerra. Dagli 8 ai 15 anni ho frequentato le scuole argentine (elementari e Colegio Nacional, il nostro liceo) a Bahía Blanca, Provincia di Buenos Aires. L’apprendimento di un’altra lingua, lo spagnolo, mi aprì la mente all’esperienza di pensare in molte lingue. Devo a questa iniziazione l’attuale familiarità, più o meno stretta, con lo spagnolo, il francese, l’inglese, il tedesco, il greco, antico e moderno, il latino. In Italia ho frequentato il liceo classico e poi l’Università. L’Università di Roma, allora, era una fucina di idee e di sperimentalismo. Conobbi Federico Chabod, Nino Perrotta, Natalino Sapegno, Nino Borsellino, Aurelio Roncaglia, Bruno Migliorini, Ettore Paratore, Ugo Spirito, Gustavo Vinay, Alberto Asor Rosa. Mi laureai con Sapegno redigendo una tesi su un poligrafo fiorentino del ‘500, Antonfrancesco Doni, ma relatore fu Nino Borsellino, che restò poi un caro amico, e correlatore fu Asor Rosa. Perfezionavo intanto i miei studi di pianoforte con Vera Gobbi-Belcredi. Ho insegnato materie letterarie nel Ginnasio (greco, latino, storia e geografia, italiano) e in seguito italiano e latino al liceo: le due lingue classiche restano, comunque, capisaldi del mio rapporto con il mondo, l’occhio di Omero, di Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele, Lucrezio, Virgilio, Catullo, Tacito, Marcellino, e tra gli scrittori cristiani di Origene, di Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, di Agostino, Tommaso, Duns Scoto, è un occhio per me insostituibile e ineliminabile. “Punti di riferimento”, poeti e scrittori come Shakespeare, Cervantes, Calderón, Góngora, Baudelaire, Goethe, Rilke, Benn, Eliot. Ho collaborato con la Repubblica in qualità di critico musicale e dal 1980 divenni docente di storia della musica nei conservatori: dapprima ad Avellino, poi a Firenze, infine a Venezia. Ho scritto qualche racconto che è stato pubblicato su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti, e testi teatrali, di cui alcuni rappresentati con successo a Roma, ad Asti, a Bari, a Bologna, a Viterbo, a Venezia. Continuo a scrivere critica musicale e altri scritti di vario genere. Latino e greco non sono per me lingue morte, ma le lingue vive dei miei padri. Chiudo, perciò, questo breve promemoria con una citazione oraziana: Immortalia ne speres, monet annus et almum quae rapit hora diem.

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