Lui, Enrico e il fiocco azzurro sul terrazzo: una storia che fa ancora male

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Non è facile scrivere di un libro come «Il tetto dell’anima» (BookSprint Edizioni, 2026) senza cadere nel tono sbagliato. Troppo pietistico e si tradisce l’autore, che il pietismo lo evita con cura. Troppo distaccato e si perde quello che rende questo libro diverso da tanti altri: la sensazione che chi scrive ci stia mettendo dentro qualcosa di vero, senza riserve. Sergio Attilio Lui è un esordiente a settantadue anni, e si vede nel senso buono del termine. Non ha gli automatismi dello scrittore navigato, quella tendenza a levigare troppo, a sistemare le emozioni in posti troppo ordinati. Qui le emozioni sono dove sono cadute: disordinate, contraddittorie, a tratti scomode. Il libro racconta l’anno 1988, tra un incidente d’auto quasi fatale e la nascita del figlio Enrico con un difetto cardiaco grave. Ci sono i medici che fanno miracoli e le istituzioni che deludono, gli amici che spariscono e gli sconosciuti che diventano fratelli nei corridoi degli ospedali. C’è una cognata che telefona per chiedere se togliere il lettino dalla camera del bambino ancora in rianimazione, e lui che esce sul terrazzo di notte ad appendere un fiocco azzurro enorme, quasi a sfidare il destino ad alta voce. Quel fiocco è l’immagine più vera del libro: un gesto piccolo, ostinato, che non serve a niente e serve a tutto.

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- 30/07/2026

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