L’Italia sparita, un saggio ambizioso con qualche crepa

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Sesso, droga e Rock’n’Roll da una parte, la messa della domenica dall’altra: L’Italia sparita di Roberto Fiordi prova a tenere insieme mondi che i saggi di divulgazione tendono spesso a mantenere distinti in capitoli isolati, e questo è probabilmente il suo merito più originale. Il libro non si accontenta di raccontare gli anni Settanta e Ottanta come due cartoline patinate, ma prova a farli discutere tra loro, mostrando come l’individualismo del secondo decennio nasca in reazione alla stagione ideologica del primo. Detto questo, non tutto convince allo stesso modo. Il capitolo finale, dedicato alla tragedia di Alfredino Rampi a Vermicino, è scritto con grande partecipazione emotiva e resta probabilmente la pagina più intensa del libro, ma sembra collocato quasi come un’appendice, staccato dal filo conduttore sul contrasto tra collettivismo e individualismo che regge il resto dell’opera. Avrebbe forse avuto più forza se l’autore avesse esplicitato meglio il legame tra quella vicenda e il tema centrale del saggio, invece di lasciarlo intuire al lettore. È una scelta che genera pareri opposti, e che probabilmente dipende più da una necessità di chiudere il libro su un momento di grande impatto collettivo che da un progetto letterario studiato a tavolino fin dall’inizio. Nonostante questo, il libro resta un lavoro coraggioso nel tentativo di coprire un arco temporale enorme senza semplificare troppo, e Fiordi dimostra comunque una scrittura solida, capace di reggere anche i passaggi più delicati senza scadere nella retorica facile.

- 15/07/2026

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