
Con “Un po’ ci conviene”, i Lingue inaugurano una nuova fase del loro percorso, firmando un brano diretto e consapevole che affonda nelle contraddizioni delle relazioni contemporanee. Al centro, una sensazione di inadeguatezza che diventa motore creativo: la musica si fa rifugio, ma anche strumento per affrontare ciò che mette a disagio.
Il sound resta ancorato a un’estetica underground, più come habitat naturale che come scelta costruita, mentre la scrittura si muove tra sfacciataggine e bisogno di autenticità. Anche il videoclip riflette questa visione, mettendo in scena la complessità dei legami umani, lontani da ogni idealizzazione.
Il singolo rappresenta così una porta d’ingresso al nuovo album previsto nel 2026, anticipando un lavoro più crudo e senza filtri, sia nei testi che nel suono.
Di seguito l’intervista alla band.
Il brano nasce da una sensazione di inadeguatezza: la musica per voi è più un rifugio o un modo per affrontarla?
Diremmo entrambe le cose. La musica nasce spesso come rifugio, uno spazio in cui sentirsi meno fuori posto. Ma nel momento in cui prende forma diventa anche uno strumento per affrontare quell’inadeguatezza, per guardarla in faccia e darle un nome.
Il vostro sound rimane legato a un’estetica underground: è una scelta identitaria o semplicemente il vostro habitat naturale?
È più un habitat naturale che una scelta costruita. Cresciamo in contesti dove l’urgenza espressiva conta più della perfezione, e questo inevitabilmente si riflette nel nostro suono. Poi col tempo diventa anche identità.
Nel pezzo emerge una sfacciataggine quasi provocatoria: quanto è importante la ribellione nella vostra scrittura?
La ribellione è fondamentale, ma non è mai fine a sé stessa. È una reazione, spesso spontanea, a ciò che non riusciamo ad accettare o comprendere. Serve a rompere una superficie, a creare uno spazio più autentico.
Nel videoclip il protagonista si confronta con la verità dei rapporti umani: quanto è difficile accettare che fragilità e interesse convivano?
È difficilissimo, perché siamo abituati a pensare ai rapporti in modo più “pulito” di quanto siano davvero. Accettare che esistano dinamiche ambigue non significa smettere di credere nei legami, ma guardarli con più lucidità.
In che modo questo singolo prepara il pubblico al vostro nuovo album previsto nel 2026?
È una porta d’ingresso. Anticipa un lavoro più diretto, forse più crudo, in cui ci siamo concessi meno filtri e più verità, sia nei testi che nel suono.