
Incontriamo Leonardo Manetti e la sua nuova silloge.
Ci parli della sua scrittura: cosa la contraddistingue e da dove nascono le sue parole. In determinate circostanze le parole escono spontaneamente, spinte da particolari emozioni o da specifici stati d’animo. Sono piccoli impulsi dettati dal cuore che rimangono sospesi nell’aria: sta a noi coglierli. Le parole è come se mi ronzassero nella testa e poi sento il bisogno di metterle per iscritto. Scrivo per ricordarmi le cose importanti, per cogliere la bellezza di ogni istante, un momento si può fotografare con le parole, e per esplorare le meraviglie che mi circondano, il mio paese, il chianti, quando sono a casa, o vari posti quando mi trovo in giro. Protagoniste delle mie liriche sono i sentimenti di un uomo innamorato, della mia terra natia, delle sue tradizioni, della famiglia, e non per ultimo della natura. Per me la poesia è prima di tutto libertà e innovazione, questo minore legame alle regole classiche di oggi secondo me permette di regalare componimenti più vicini alla verità, alla natura e al cuore delle persone. I miei componimenti senza rime e apparentemente senza metrica, in realtà seguono una disciplina che varia in funzione di quello che voglio trasmettere. Oggi le poesie sono diverse dal passato ma non potrebbe essere altrimenti se si pensa che tutto è cambiato, dagli strumenti di lavoro, ai mezzi di locomozione, agli abiti fino ad arrivare ai modi di vivere. Io cerco di scrivere dei versi che raccontano la vita vera con lo stesso stupore e innocenza di quando siamo bambini, cercando di risvegliare quel fondo fanciullesco che tutti gli uomini dovrebbero mantenere qualunque siano le loro cariche.
Com’è nata la collaborazione con la casa editrice e quanto è stato importante il confronto editoriale per dare la forma definitiva a questa raccolta? Quando si decide di pubblicare un libro poi ci si trova davanti alla scelta della casa editrice. In questo caso mi ha aiutato Antonella Gramigna che mi ha scritto la prefazione e conosceva la casa editrice. Quando ho proposto il libro era già fatto quindi a parte la copertina e i vari dettagli, il corpo del libro era già pronto.
Se potesse lasciare una copia de “Le ore eterne dell’Attesa” su una panchina, chi spererebbe che la trovasse e cosa vorrebbe che provasse quella persona leggendo la prima pagina? Vorrei che lo trovasse un ragazzo adolescente per fargli capire il valore dell’attesa e che non tutto è dovuto. Come ho già detto, attraverso la diffusione della cultura dell’Amore spero in un mondo meno violento. In questo caso ovviamente mi riferisco ai numerosi femminicidi che avvengono. Già dalla copertina vorrei che provasse il valore del tempo e dell’attesa e che non c’è da correre.
“Le ore eterne dell’Attesa” è un titolo evocativo. Cosa rappresenta per lei l’attesa in un mondo che sembra muoversi sempre più velocemente? È un’attesa passiva o un tempo attivo di riflessione e crescita? L’attesa è un tempo attivo di crescita. Si celebra la dedizione dell’aspettare come insegna la campagna con il susseguirsi delle stagioni e il ciclo delle produzioni. In un mondo che corre sempre più veloce c’è bisogno di ritrovare il valore dell’attesa.