“L’ebbrezza che dissolve gli affanni”: Teodosio D’Apolito tra classici e contemporaneità

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Partendo dal lavoro di Teodosio D’Apolito, il dialogo si muove tra Seneca, Orazio e il mondo moderno. “L’ebbrezza che dissolve gli affanni e move l’animo dal profondo” diventa così un ponte tra epoche, capace di rendere attuali riflessioni antiche e mettere in discussione il presente.

 

Ciao Teodosio, parto da una curiosità: questo libro nasce da un progetto di reading letterario. Quando hai capito che quel materiale poteva diventare qualcosa di più ampio, fino a trasformarsi in un saggio così strutturato?

In realtà me ne sono accorto quasi per caso. All’inizio il reading nasceva come un esperimento narrativo: volevo leggere i latini non con il tono accademico di chi disseziona un testo, ma con quello di chi entra in una taverna ideale insieme a Catone, Orazio o Plinio e si mette a parlare di vino, di vita, di piacere e perfino di malinconia. Durante gli incontri mi sono reso conto che il pubblico reagiva in maniera sorprendente: rideva, si emozionava, riconosceva nei testi antichi problemi e ossessioni molto moderne. A quel punto ho capito che non avevo davanti soltanto una raccolta di citazioni, ma un vero racconto culturale. I latini parlavano della vite come di qualcosa che stava a metà tra agricoltura, filosofia e antropologia. E questo mi ha spinto a costruire un testo più ampio, che fosse sì un saggio, ma con il tono di una conversazione. Un libro che potesse essere letto sia da chi ama la letteratura classica sia da chi semplicemente ama il vino e vuole capire perché, da duemila anni, continuiamo a raccontarlo quasi con lo stesso linguaggio emotivo.

Nel dialogo con autori come Seneca, Orazio o Columella si percepisce una forte attualità. Ti è mai capitato, durante la scrittura, di sentirli più contemporanei di molti discorsi moderni sul vino?

Assolutamente sì, ed è stata forse la scoperta più sorprendente del lavoro. Noi tendiamo a considerare il mondo romano come qualcosa di marmoreo, distante, quasi imbalsamato. In realtà certi autori latini parlano del vino con una lucidità e una sincerità che oggi si sono un po’ perse dietro il tecnicismo o il marketing. Orazio, ad esempio, aveva già capito che il vino non è soltanto un prodotto da valutare, ma un dispositivo sociale ed emotivo. Seneca intuiva il rapporto ambiguo tra ebbrezza e verità interiore. Columella, invece, possedeva un pragmatismo agricolo impressionante: osservava la vite con attenzione quasi scientifica, ma senza mai separarla completamente dall’esperienza umana. Paradossalmente, a volte li ho sentiti più contemporanei di certi discorsi moderni perché non avevano ancora costruito quell’apparato di sovrastrutture che oggi circonda il vino. Non dovevano “performare” culturalmente. Per loro il vino era insieme economia, piacere, fatica, medicina dell’anima e persino strumento filosofico. E questa ricchezza, oggi, probabilmente l’abbiamo dimenticata.

C’è un punto interessante in cui racconti come i latini, pur senza conoscenze chimiche avanzate, riuscissero a parlare di equilibrio e resa. Però a tratti il libro sembra quasi voler “semplificare” il presente. È una provocazione o una reale critica al sistema attuale?

Direi entrambe le cose. Sicuramente c’è una provocazione, ma nasce da una critica reale. Oggi il vino corre il rischio di diventare un linguaggio autoreferenziale, comprensibile solo agli addetti ai lavori. Io faccio il consulente enologo e amo profondamente la tecnica per cui ti assicuro che non c’è alcuna nostalgia ingenua del passato. Sarebbe assurdo rinnegare il progresso scientifico, tuttavia credo che abbiamo perso qualcosa: di sicuro la capacità di parlare del vino in modo immediato e umano. I latini non conoscevano i polifenoli o la microbiologia fermentativa, eppure avevano sviluppato una sensibilità empirica molto raffinata. Sapevano osservare, sapevano collegare il paesaggio, il clima, l’umore e la convivialità all’esperienza del vino. La mia “semplificazione” non è un invito all’ignoranza, ma un tentativo di liberare il vino da una certa ossessione prestazionale. Oggi sembra che si debba dimostrare continuamente qualcosa: competenza, esclusività, superiorità. I latini, invece, pur con tutti i loro limiti, avevano un rapporto più naturale con l’ebbrezza e con il piacere. E forse questo, in un’epoca iper complessa come la nostra, è un insegnamento estremamente moderno.

Se dovessi sintetizzare il messaggio più profondo del libro, quello meno evidente, cosa diresti a chi lo legge senza fermarsi solo alla superficie del racconto?

Direi che il libro prova a suggerire una cosa molto semplice: il vino non serve soltanto a essere degustato, ma a essere vissuto. Dietro le citazioni latine, gli aneddoti e le riflessioni sulla viticoltura, c’è l’idea che il vino sia soprattutto una forma di conoscenza umana. Non una conoscenza esatta, matematica, ma una conoscenza relazionale: ci mette in contatto con il tempo, con il paesaggio, con la memoria e con gli altri. Il titolo stesso, “L’ebbrezza che dissolve gli affanni e move l’animo dal profondo”, citando Seneca, non parla semplicemente di alcol, parla di quel piccolo scarto emotivo che permette agli esseri umani di abbassare le difese, di raccontarsi, di ricordare, di filosofeggiare. In fondo, credo che i latini avessero già capito una cosa che ancora oggi facciamo fatica ad ammettere: il vino diventa veramente interessante non quando lo analizziamo soltanto, ma quando lo condividiamo.

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- 11/05/2026

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