La prima scena de “l’Arminuta”, lungometraggio del regista Giuseppe Bonito si apre su un paesaggio campestre all’apparenza idilliaco: l’aia di un casolare in aperta campagna, uno stormo di oche, colori sfumati di una stagione in bilico tra l’estate e l’autunno. L’incanto viene spezzato da un’automobile degli anni 70 nel frattempo sopraggiunta da cui scendono un’adolescente e un uomo di mezza età.

Basteranno pochi minuti per ristabilire il clima autentico nelle vicende raccontate: quello di una sofferenza annunciata, già presente nello sguardo incredulo e stranito della ragazza e nella gestualità frettolosa e brusca del padre putativo che l’ha riaccompagnata dai suoi genitori biologici per liberarsene in maniera brutale e sommaria. Lei è l’Arminuta, colei che è ritornata a un presente di poche e desolanti certezze da un passato roseo e di sicuro più gratificante: un nucleo familiare di estrazione borghese in cui era la madre adottiva a tenere in mano le redini del proprio e altrui destino poiché era lei quella con i soldi, quella capace di decidere del microcosmo di tutti i personaggi della vicenda segnandone la bella e cattiva sorte. Una forma deteriore di matriarcato, quella di Adalgisa, ricca e colta, che stride con il contesto patriarcale in cui trovano collocazione il padre e la madre dell’Arminuta da lei cresciuta, prelevata (o sarebbe più opportuno dire a loro estorta con la promessa di agi e di un avvenire migliore) quando era ancora in fasce.
Una supremazia al femminile solo apparente che non impedirà ad Adalgisa di finire nelle mani di un nuovo compagno che le darà la possibilità di realizzare il suo desiderio di maternità; un uomo dai tratti spiccatamente narcisistici, insensibile e anaffettivo di cui ella diventerà succube.

L’Arminuta-figlia ritrovata sviene, strepita, lotta percependosi estranea, un’aliena per sua stessa e successiva definizione, in un ambiente che non le si connatura in nulla. All’inizio tenta in ogni modo di riappropriarsi di ciò che le è stato tolto ma poi, con un atto di resilienza estrema si adatta a quest’esistenza nuova sforzandosi di stemperarne come può la precarietà. Diventando per la sua vera madre l’unica possibilità concreta di riscatto a fronte di una vita costellata di stenti, perdite dolorose  e infelicità rassegnata.

Il film rispecchia fedelmente la storia raccontata nell’omonimo romanzo pluripremiato di Donatella Di Pietrantonio, scrittrice abruzzese. Accurate le interpretazioni di  Sofia Fiore, nel ruolo di protagonista, e di Carlotta De Leonardis che impersona la sorellina  Adriana con la sua atavica e precoce saggezza introiettata da generazioni e generazioni di donne prima di lei. Pacato e accorato l’andamento della narrazione filmica, in linea con i toni e le atmosfere del libro. Apprezzabile la fotografia. Un unico neo: a giustificazione delle riprese, effettuate per la quasi totalità nell’entroterra laziale,  nei titoli di testa e di coda compare il sostegno concesso dalla regione Lazio e dalla Lazio Film Commission a un’opera certamente rappresentativa di tante vicende simili tipiche di molte zone rurali d’Italia ma che forse, come valore aggiunto, avrebbe a pieno titolo meritato di essere sponsorizzata dalle istituzioni proprie dei luoghi da cui ha tratto a meraviglia ispirazione.  

Lucia Guida 

ph. credit: Stefano Schirato ph.

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