
La prima cosa che colpisce di “Robe da Mazzi” di Alessandra Mazzi (Abra Books, 2026) è il ritmo. La prosa non si distende: procede per stacchi, frasi brevi, pause calcolate, dialoghi che arrivano secchi e si chiudono altrettanto secchi. È una scrittura cinematografica nel senso preciso del termine, non come complimento generico ma come scelta di montaggio. Ogni scena sa quando entrare e quando uscire. E i dialoghi, che in certi memoir d’esordio diventano il punto più debole, qui reggono con naturalezza, con quell’ironia che non chiede permesso. Il rischio di questo stile, e lo si sente in alcuni passaggi, è che la velocità diventi rifugio. Certi momenti più dolorosi vengono attraversati con la stessa ironia tagliente dei momenti leggeri, e questo a volte impedisce al lettore di fermarsi davvero. Come se la voce narrante avesse deciso che la commozione va tenuta fuori campo. È una scelta legittima, ma crea qualche squilibrio emotivo tra i capitoli. Per il resto, Mazzi sa quello che fa. C’è in questo libro qualcosa che ricorda, nella capacità di stare dentro il femminile senza mai sentirsi obbligata a giustificarlo, certi toni di Elena Ferrante nelle opere più brevi, dove la chiarezza dello sguardo non ha bisogno di gesti retorici per imporsi. Un esordio irregolare ma convincente.