C’è un paradosso affascinante nel fare musica elettronica oggi. Da un lato abbiamo strumenti digitali capaci di calcolare la perfezione geometrica di un suono; dall’altro, la strisciante consapevolezza che la standardizzazione algoritmica stia togliendo l’anima alle produzioni. In questo scenario di transizione, il ritorno di SIENNÁ con il suo nuovo album EMA risuona come un atto di resistenza artistica. La producer, nata a Kyoto ma da anni stabilitasi a Oslo, ha scelto di muoversi in direzione ostinata e contraria rispetto ai trend del momento, firmando un lavoro che mette al centro proprio l’errore, l’imprevedibilità e l’istinto umano.
Cresciuta nell’antica capitale spirituale del Giappone e maturata nella vibrante scena sperimentale scandinava, SIENNÁ ha costruito la sua intera carriera sul concetto di “no rules”, una totale anarchia stilistica che rifiuta le strutture fisse della club culture commerciale. Non è un caso che nel suo percorso abbia incrociato pionieri dell’avanguardia del calibro di Nils Petter Molvær, Mick Karn e Arthur Brown: personalità che, come lei, hanno sempre considerato il genere musicale una prigione da cui evadere. Se il precedente lavoro del 2023, Wa-Kei-Sei-Jyaku, rappresentava la codifica formale di questo ponte culturale tra Est e Ovest, EMA sposta l’asse verso una dimensione ancora più viscerale e geografica.
Le nove tracce che compongono il disco (già disponibile su Spotify) non sono nate in studio, ma sono il risultato di una vera e propria traduzione sinestetica dall’immagine al suono, buttata giù a mo’ di appunti durante lunghe sessioni solitarie nella natura. Il disco respira l’aria umida della valle di Kibune, a Kyoto, ma si nutre anche dei contrasti vulcanici dell’Isola d’Ischia. Questa doppia anima geografica si riflette in una narrazione sonora liquida, che non si cura di seguire una linea temporale o una struttura strofa-ritornello.
L’apertura ci immerge subito nei field recordings delle foreste giapponesi, un preludio meditativo che si frantuma quasi immediatamente quando l’elettronica prende il sopravvento. In brani come Aenaria — antico nome romano di Ischia — la musica si fa cinematografica, unendo arrangiamenti orchestrali ricchi di archi a una componente ritmica che flirta apertamente con la drum & bass e la glitch music. L’abilità di SIENNÁ sta nel far dialogare strumenti della tradizione nipponica con pattern digitali volutamente instabili, non quantizzati, dove i micro-ritardi e le asimmetrie diventano il fulcro emotivo del pezzo.
Il cuore concettuale dell’album si trova però nella destabilizzante Non-Linear Minds e nella successiva 369 (Miroku). Qui la producer accelera, sporca le frequenze ed entra in territori vicini alla EBM e al jazz sperimentale, dimostrando come il computer possa essere usato non per correggere l’uomo, ma per amplificarne le spigolosità. L’album si chiude lasciando l’ascoltatore con un senso di sospensione, come se l’ultima nota rivendicasse il diritto di essere imperfetta in un mondo che ci chiede di essere costantemente ottimizzati.
EMA è un disco denso, che richiede tempo e che rifiuta l’ascolto distratto da playlist. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale impara a imitare i nostri schemi, SIENNÁ ci ricorda che l’arte non sta nello schema, ma nella capacità di romperlo.
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