
Uscito venerdì 30 gennaio, “Fammi fallire” non è un disco che chiede permesso. Al contrario, entra a gamba tesa in un mercato discografico spesso troppo educato e levigato. AvA (Laura Avallone) firma un manifesto di nove tracce che si colloca in una zona d’ombra affascinante, quella che potremmo definire “Dark Pop”: melodie accessibili, sì, ma vestite di sonorità notturne, teatrali e nervose.
L’ascolto inizia con “Requiem”, e la scelta non è casuale. Se il titolo evoca la fine, la musica urla inizio. È una ballad energica che definisce subito le coordinate del progetto: una tensione da “fine corsa” gestita con controllo vocale impeccabile. Ed è proprio la voce la vera protagonista: una timbrica ruvida, “sabbiata”, che molti hanno accostato a quella di Loredana Bertè. Un paragone pesante, che però AvA regge non per imitazione, ma per attitudine: c’è la stessa urgenza di sputare fuori la verità, senza filtri o autotune correttivi a piallare l’emozione.
Il singolo “Trattieni il respiro” (uscito il 23 gennaio) è il cuore pulsante di questa estetica. Il brano fotografa l’apnea delle relazioni disfunzionali, quelle fatte di ritorni ciclici e parcheggi vuoti. Qui il pop abbandona ogni velleità romantica per farsi cronaca brutale: il ritornello esplode come un taglio netto, rappresentando quel momento in cui l’unica soluzione è urlare per non soffocare.
Ma l’album è anche un gioco di specchi. “Formentera” è forse il brano più subdolo e riuscito in questo senso: musicalmente ci porta in un late-night pop quasi latino e ballabile, ma il testo è una lama intrisa di rancore. È la colonna sonora perfetta per ballare sulle macerie di un’estate finita male. La capacità di AvA di muoversi tra registri diversi si conferma in “Per aspera ad astra”, il pezzo più stratificato e “ampio” del lotto, che evita la retorica della risalita motivazionale per offrire invece un respiro epico e introspettivo.
C’è poi il coraggio della nudità emotiva in “Scegli me”. In un disco dominato da tensioni e corse (come la frenetica “La fine dell’estate”), questo mid-tempo caldo costringe l’ascoltatore a fermarsi. Chiedere di essere scelti è l’atto di coraggio supremo per chi è abituato a difendersi, e AvA lo interpreta con una vulnerabilità che disarma.
Il finale affidato a “Vida lenta vida loca” chiude il percorso con un ghigno ironico e un ritmo sostenuto, quasi a voler scrollarsi di dosso la pesantezza del viaggio. Con “Fammi fallire”, AvA dimostra che “fallire” secondo i canoni dell’industria mainstream – ovvero rifiutare l’omologazione – è l’unico modo per vincere artisticamente. Un disco per chi cerca sostanza oltre la superficie.