Giovanni Ceroni, l’ingegnere che ha imparato a leggere la mente umana, si racconta tra “La Lama Invisibile” e nuovi progetti

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Giovanni Ceroni torna a parlare della sua Edizione Premium di “La Lama Invisibile”, che racchiude in un solo volume le prime due tappe della collana dedicata alla Programmazione Neuro-Linguistica. Tra formazione tecnica, coaching e scrittura, l’autore si racconta senza nascondere dubbi, ambizioni e il percorso che lo ha portato a costruire questo progetto editoriale.

 

Giovanni, nella premessa del libro racconti di essere arrivato alla PNL in un momento della vita in cui, come scrivi, ne avevi bisogno anche se allora non lo sapevi ancora con chiarezza. Cosa stava succedendo nella tua vita in quel periodo, e cosa ti ha spinto davvero a intraprendere quel percorso di formazione?

Quando mi fanno questa domanda, rispondo sempre che non sono arrivato alla PNL perché volevo fare il coach. Ci sono arrivato perché, in quel momento della mia vita, avevo bisogno di capire. Avevo aperto una mia impresa edile perché sentivo che le competenze che avevo maturato e il modo in cui vedevo questo lavoro avevano bisogno di uno spazio tutto loro. Non volevo semplicemente lavorare per qualcuno: volevo costruire qualcosa di mio. Nel giro di pochi anni l’azienda era cresciuta molto. Eravamo un’impresa di servizi per l’edilizia e arrivammo a fatturare quasi due milioni di euro all’anno, gestendo circa centocinquanta-duecento cantieri ogni anno. Era un progetto nel quale avevo investito tutto me stesso. Poi arrivò la crisi. Non fu un errore tecnico e nemmeno una cattiva gestione nel senso più semplice del termine. Nel pieno di una ristrutturazione aziendale iniziarono ad accumularsi insoluti importanti e stati di avanzamento lavori che le banche non pagarono. La liquidità si prosciugò rapidamente e, nonostante tutti i tentativi di salvare l’azienda, arrivò il momento in cui dovetti accettare che non esisteva più una strada percorribile. Per quasi un anno cercai di sistemare tutto ciò che poteva essere sistemato. Mi preoccupava soprattutto non lasciare problemi agli altri. Cercai di proteggere le persone che avevano lavorato con me, mi assunsi personalmente il peso di quei debiti e, nel febbraio del 2012, fui io stesso a portare i libri contabili in tribunale e a chiedere il fallimento della mia impresa. Mi ritrovai con oltre un milione e duecentomila euro di debiti. È un’immagine che non dimenticherò mai perché, in quel momento, non avevo la sensazione di perdere soltanto un’azienda. Avevo la sensazione che stesse crollando una parte della mia identità. Col tempo ho capito che la parte più difficile non era ciò che stava accadendo fuori, ma quello che stava succedendo dentro di me. Il dialogo interno era diventato devastante: ogni giorno costruiva scenari sempre peggiori, ogni problema ne generava altri dieci e, lentamente, arrivai a pensieri molto oscuri, che oggi non ho alcuna difficoltà ad ammettere. Ricordo una settimana sulla neve con mio figlio. Avevo deciso di portarlo a sciare ma, per tutta la vacanza, convivevo con un pensiero costante: quella sarebbe stata l’ultima volta insieme. Lo guardavo mentre scendeva sulle piste e, invece di godermi quei momenti, immaginavo l’uomo che sarebbe diventato, la vita meravigliosa che avrebbe avuto… senza di me. Ancora oggi, ripensandoci, mi colpisce una cosa. La realtà era già molto dura, ma il film che la mia mente aveva costruito era ancora più drammatico della realtà stessa. La svolta arrivò in modo sorprendentemente semplice. Un giorno trovai il coraggio di raccontare tutto a un amico. Non cercavo una soluzione e non gli stavo chiedendo di risolvere i miei problemi. Avevo semplicemente bisogno che qualcuno ascoltasse quello che stava succedendo nella mia testa. Quando sentii quei pensieri pronunciati ad alta voce fu come guardarli per la prima volta dall’esterno. Erano gli stessi che ripetevo ogni giorno, ma, ascoltandoli, mi apparvero improvvisamente sproporzionati rispetto a ciò che stavo realmente vivendo. Fu la prima crepa nel meccanismo che mi teneva prigioniero. Da quel momento decisi che quel fallimento non avrebbe avuto l’ultima parola sulla mia vita. Ricominciai a lavorare, fondai una nuova impresa insieme a quello che fino a poco tempo prima era stato il mio capo cantiere e, qualche tempo dopo, arrivò un’opportunità che avrebbe cambiato profondamente il mio percorso professionale. Entrai a far parte di uno studio internazionale di architettura e ingegneria e mi ritrovai all’interno di un team giovane, preparato e dinamico. Io ero quello con maggiore esperienza e, per la prima volta, mi resi conto che conoscere una materia non significava saperla trasmettere. Potevo avere ragione dal punto di vista tecnico, ma se non fossi riuscito a far comprendere agli altri il mio ragionamento, quella competenza sarebbe rimasta in parte inutile. Dovevo imparare a guidare persone, a costruire fiducia, a essere autorevole senza diventare autoritario. Avevo bisogno di strumenti di comunicazione efficaci. — soprattutto per parlare con persone diverse da me, di una o due generazioni più giovani, per cui il valore identitario che muoveva le scelte era, spesso, molto diverso dal mio. Fu questa, in realtà, la vera ragione che mi portò verso il Master in Coaching e, successivamente, verso la Programmazione Neuro-Linguistica. Pensavo di cercare strumenti per comunicare meglio. In realtà trovai una mappa molto più ampia, capace di spiegare come le persone costruiscono la propria esperienza della realtà. Quando iniziai il Master in Coaching di Ekis, molte cose le avevo già affrontate. Avevo ricostruito una parte importante della mia vita professionale, avevo ricominciato a progettare, a lavorare e ad assumermi nuove responsabilità. Non ero immobile e non aspettavo che qualcuno mi salvasse. Ma quel cambiamento mi costava ancora molta fatica. Per alcuni periodi riuscivo a stare bene, poi ricadevo negli stessi pensieri, negli stessi stati emotivi e nello stesso modo di raccontarmi ciò che era accaduto. Era come se avessi imparato a reagire, senza avere ancora compreso davvero i meccanismi che continuavano a riportarmi indietro. Il Coaching e la PNL hanno rappresentato, per me, proprio questo passaggio. Attraverso gli strumenti, le tecniche e il lavoro diretto sulla mia esperienza, ho imparato a intervenire sul dialogo interno, sulle immagini che continuavo a costruire nella mia mente, sugli stati emotivi e sul significato che attribuivo alla mia storia. Il cambiamento ha così smesso di dipendere soltanto dalla forza di volontà ed è diventato, poco alla volta, stabile. Non perché siano scomparsi i momenti difficili, ma perché oggi possiedo strategie più efficaci per riconoscerli, attraversarli e scegliere come rispondere. Ed è stato proprio questo percorso a farmi comprendere un altro meccanismo che, fino a quel momento, non avevo mai visto. Per anni avevo continuato a raccontare la mia storia sempre nello stesso modo. Pensavo di farlo per spiegare ciò che avevo vissuto, ma col tempo mi resi conto che stavo cercando soprattutto comprensione. Ogni volta che qualcuno mi diceva: “Non so come hai fatto” oppure “Io al tuo posto non ce l’avrei mai fatta”, provavo un sollievo immediato. Era una sensazione piacevole, ma durava poco e così sentivo il bisogno di raccontare ancora quella storia. Solo allora capii che, senza accorgermene, ero diventato dipendente dall’identità della vittima. La mia compagna dice spesso che mi ha conosciuto così: come un uomo che continuava a raccontare il proprio fallimento. Poi, un giorno, cambiò qualcosa. Non fu tanto un evento quanto un modo diverso di osservare ciò che stava accadendo dentro di me. Mi resi conto che quella storia non la stavo più raccontando per spiegare il mio passato. La stavo raccontando per continuare a definire il mio presente. Fu allora che presi una decisione. Smisi di raccontarmi come una vittima. Perché compresi una cosa che considero ancora oggi fondamentale: io avevo subito un fallimento, ma non ero un fallito. Almeno nella mia storia, continuare a vivere dentro quell’identità era diventata una scelta. Guardando indietro, credo che la PNL sia arrivata nella mia vita nel momento giusto. Non perché mi abbia salvato — le decisioni, il lavoro, la fatica di ricostruire e la responsabilità di rialzarmi sono state mie — ma perché mi ha dato una mappa. Una mappa che mi ha permesso di comprendere quello che avevo vissuto, di dare un nome a meccanismi che fino ad allora avevo soltanto subito e, soprattutto, di smettere di essere prigioniero del dialogo che avevo con me stesso. Solo molti anni dopo mi sono reso conto che quella sera, parlando con un amico, era successo qualcosa di molto più importante di quanto avessi immaginato. Per la prima volta avevo smesso, anche solo per un istante, di guardare il mondo attraverso quella voce che mi stava consumando e avevo iniziato a osservare quella voce stessa. È lì che ho capito che la porta non era da qualche parte fuori di me. Era già dentro di me. Dovevo solo imparare a vederla. È da quella consapevolezza che, molti anni dopo, sarebbe nata La Lama Invisibile. Perché ho capito che, per anni, avevo cercato di cambiare i risultati senza vedere la struttura invisibile che li stava generando. Quando quella struttura rimane nascosta continua a guidare le nostre decisioni, le nostre emozioni e la nostra vita senza che ce ne accorgiamo. Quando impariamo finalmente a riconoscerla, torniamo ad avere qualcosa che, nei momenti più difficili, sembra scomparire: la possibilità di scegliere.

Hai lavorato per anni nel campo dell’ingegneria prima di avvicinarti al coaching, e continui tuttora a farlo. Cosa ti ha fatto pensare che gli stessi principi con cui si osservano gli elementi nascosti di una struttura potessero valere anche per il comportamento umano?

In realtà non c’è mai stato un momento in cui mi sono detto: “Proviamo ad applicare l’ingegneria al comportamento umano.” È successo esattamente il contrario. Quando ho iniziato a studiare la Programmazione Neuro-Linguistica, mi sono accorto che il modo in cui osservavo le persone aveva molte somiglianze con il modo in cui, da ingegnere, avevo sempre osservato le strutture. In ingegneria impari presto una cosa: ciò che vedi quasi mai coincide con ciò che genera il problema. Una crepa in una parete raramente è il problema, è il sintomo. Il problema, molto spesso, è altrove: in una fondazione che ha ceduto, in un cedimento del terreno, in una trave che lavora in modo diverso da come dovrebbe, o in una serie di elementi che, messi insieme, producono quel risultato. Se ti limiti a riparare la crepa senza comprenderne la causa, forse per qualche tempo sembrerà tutto risolto, ma il problema tornerà. Con le persone ho scoperto qualcosa di sorprendentemente simile. Anche lì vediamo quasi sempre i risultati — un conflitto, una decisione sbagliata, una relazione che si rompe, una paura, un comportamento che sembra incomprensibile — ma molto raramente vediamo la struttura che sta generando quel risultato. È stato questo il punto di contatto tra i due mondi: non il desiderio di applicare l’ingegneria alle persone, ma il fatto che entrambe mi chiedevano la stessa cosa, ovvero non fermarmi a ciò che appare evidente, ma cercare ciò che lo rende possibile. Naturalmente esiste una differenza fondamentale. Una struttura in cemento armato segue leggi fisiche e matematiche, le persone no: ogni individuo è unico, ha una storia diversa, convinzioni diverse, esperienze diverse. Quello che cambia, quindi, non è la persona: è il metodo di osservazione. C’è un altro parallelo che, negli anni, ho trovato ancora più utile. In ingegneria capita spesso di analizzare una struttura progettata bene per le condizioni in cui era nata — un certo carico, un certo uso, un certo terreno — e poi vedere quelle condizioni cambiare: si aggiunge un piano, cambia la destinazione d’uso, il terreno si assesta diversamente. E quella stessa struttura, che non aveva nulla di sbagliato in origine, comincia a cedere, non perché fosse progettata male, ma perché è rimasta quella di prima in un contesto che è diventato un altro. Con le persone accade qualcosa di molto simile: ogni comportamento, anche quello che oggi ci limita, nasce quasi sempre da un’origine buona, da una strategia che nel contesto in cui si è formata aveva uno scopo protettivo o potenziante. Il problema è che il contesto cambia, e quella strategia spesso no: continuiamo ad applicarla anche dove non serve più, a volte anche dove ci danneggia, semplicemente perché nessuno ci ha insegnato ad aggiornarla. Ed è qui che l’osservazione della struttura diventa decisiva, non per giudicare il comportamento, ma per capire a cosa servisse, e per trovare un modo di ottenere quella stessa protezione — sicurezza, controllo, appartenenza — senza continuare a pagarne il costo nel presente. In entrambi i casi, però, se mi fermo all’effetto rischio di intervenire nel punto sbagliato; se riesco invece a comprendere la struttura che genera quell’effetto, anche l’intervento diventa più preciso. Col tempo mi sono accorto che questo modo di osservare non apparteneva né all’ingegneria né alla PNL: era semplicemente diventato il mio modo di leggere la realtà. Probabilmente è anche il motivo per cui ho sentito il bisogno di scrivere La Lama Invisibile, perché mi sono reso conto che, in ambiti completamente diversi tra loro, continuavo a incontrare lo stesso principio: le persone cercano di cambiare ciò che vedono, mentre il cambiamento più profondo avviene quasi sempre quando imparano a riconoscere ciò che, pur rimanendo invisibile, continua a generare ciò che vedono.

Il libro propone moltissimi strumenti diversi, dalle euristiche al Milton Model, fino alle tecniche di ancoraggio. È un materiale molto ricco, e per certi versi denso: hai mai temuto che qualche lettore alle prime armi con la PNL potesse sentirsi sopraffatto dalla quantità di contenuti?

Sì, è una domanda che mi sono posto fin dall’inizio. Ma non ho mai pensato che la soluzione fosse ridurre i contenuti. Mi sono chiesto, piuttosto, come fare in modo che anche un lettore senza alcuna esperienza di PNL potesse affrontare questo percorso senza sentirsi sopraffatto. Se il mio obiettivo fosse stato semplicemente trasmettere informazioni, probabilmente avrei scritto un manuale. Invece ho cercato di costruire un metodo. Un percorso nel quale ogni capitolo prepara il successivo, ogni concetto crea le basi per comprendere quello che verrà dopo e ogni strumento viene introdotto solo quando il lettore possiede già ciò che gli serve per comprenderne il significato. Non volevo che imparasse delle tecniche. Volevo accompagnarlo a costruire, passo dopo passo, un modo diverso di osservare la propria esperienza. È per questo che nel libro trovano spazio tanti esempi, esercizi, casi concreti e momenti di storytelling. Non sono semplici pause narrative pensate per alleggerire la lettura. Sono parte integrante del metodo. Ogni esempio rende visibile un meccanismo, ogni esercizio permette di sperimentarlo, ogni storia offre al lettore la possibilità di riconoscersi. Perché una definizione può essere compresa, ma è l’esperienza che trasforma davvero la comprensione in apprendimento. Credo che esista una differenza fondamentale tra sapere e saper fare. Possiamo conoscere perfettamente una tecnica e non riuscire a utilizzarla quando ne abbiamo realmente bisogno. La conoscenza, da sola, non produce cambiamento. Ha bisogno dell’esperienza, della pratica e della ripetizione per trasformarsi in una competenza. È così che impariamo qualsiasi cosa. All’inizio ogni nuovo comportamento richiede attenzione e applicazione consapevole. Poi, attraverso l’esercizio, ciò che inizialmente sembrava complesso diventa sempre più naturale, fino a entrare a far parte del nostro modo di osservare, di decidere e di agire. A quel punto non stiamo più applicando una tecnica: quella competenza è diventata nostra. Per questo non considero La Lama Invisibile un libro da leggere una sola volta. Lo considero l’inizio di un allenamento. La lettura apre una possibilità; è la pratica quotidiana che la consolida, trasformando ciò che era una semplice conoscenza in un nuovo modo di vivere la propria esperienza. In fondo, non credo che il lettore debba terminare il libro sapendo più cose. Mi auguro qualcosa di molto più importante: che finisca il libro vedendo più cose. Perché ciò che rimane invisibile continua a guidare le nostre decisioni, le nostre emozioni e i nostri comportamenti senza che ce ne accorgiamo. Quando, invece, impariamo finalmente a riconoscerlo, torna ad aprirsi quello spazio che rende possibile ogni cambiamento: lo spazio della scelta. Se, chiudendo il libro, il lettore non ricorda il nome di tutte le tecniche ma si sorprende a osservare se stesso, gli altri e la realtà con occhi diversi, allora il libro ha raggiunto il suo primo obiettivo. Perché le tecniche sono il mezzo. Il vero cambiamento nasce quando cambia il modo in cui osserviamo la nostra esperienza..

Scrivi che chi vede il meccanismo guadagna libertà, mentre chi non lo vede lo subisce. È una delle frasi più dirette del libro. Quando hai capito, nella tua vita personale, che stavi finalmente vedendo un meccanismo invece di subirlo soltanto?

Sì, è una domanda che mi sono posto fin dall’inizio. Ma non ho mai pensato che la soluzione fosse ridurre i contenuti. Mi sono chiesto, piuttosto, come fare in modo che anche una persona senza alcuna esperienza di PNL potesse attraversare questo percorso senza sentirsi sopraffatta. Se il mio obiettivo fosse stato semplicemente trasmettere informazioni, probabilmente avrei scritto un manuale. Invece ho progettato un metodo. Un percorso nel quale ogni concetto prepara il successivo, ogni passaggio crea le basi per quello che verrà dopo e ogni strumento arriva nel momento in cui può essere realmente compreso e utilizzato. Per questo esempi, esercizi, casi concreti e storytelling non sono elementi accessori. Sono parte integrante del metodo. Non servono soltanto a spiegare un concetto, ma a farlo vivere. Perché una persona può comprendere una definizione, ma inizia davvero a impararla quando la riconosce nella propria esperienza. Credo che esista una differenza fondamentale tra sapere e saper fare. Possiamo conoscere perfettamente una tecnica e non riuscire a utilizzarla quando ne abbiamo realmente bisogno. La conoscenza, da sola, non produce cambiamento. Ha bisogno dell’esperienza, della pratica e della ripetizione per trasformarsi in una competenza. È così che impariamo qualsiasi cosa. All’inizio ogni nuovo comportamento richiede attenzione e applicazione consapevole. Poi, attraverso l’esercizio, ciò che inizialmente sembra complesso diventa sempre più naturale, fino a entrare a far parte del nostro modo di osservare, di decidere e di agire. La cosa interessante è che questo processo non comincia quando si arriva all’ultima pagina. Comincia molto prima. Comincia nel momento in cui il lettore si riconosce in un esempio, mette in discussione una convinzione, osserva un proprio automatismo o sperimenta un esercizio. Da quel momento non sta più semplicemente leggendo: sta già facendo esperienza del metodo. Ed è proprio questa esperienza che, attraverso la pratica, trasforma progressivamente la conoscenza in competenza. Per questo il cambiamento non viene raccontato soltanto: viene vissuto. È stato progettato proprio così. In fondo, lo stesso vale anche per chi sta leggendo questa intervista. Se, arrivato a questo punto, si è fermato anche solo un istante a chiedersi se esistano dei meccanismi invisibili che influenzano anche il suo modo di pensare, di decidere o di reagire, allora qualcosa è già accaduto. Perché il cambiamento non inizia quando troviamo una risposta. Inizia quando iniziamo a osservare la nostra esperienza con domande diverse. Per questo non mi preoccupa che, terminato il percorso, una persona ricordi il nome di tutte le tecniche. Mi interessa qualcosa di molto più importante: che inizi a vedere ciò che prima le sfuggiva. Perché ciò che rimane invisibile continua a guidare le nostre decisioni, le nostre emozioni e i nostri comportamenti senza che ce ne accorgiamo. Quando, invece, impariamo finalmente a riconoscere quella struttura invisibile, non ci limitiamo più a comprenderla. Acquisiamo anche gli strumenti per intervenire su di essa. È questa, per me, la differenza tra conoscere un meccanismo e poter trasformare la propria esperienza. In fondo, mi auguro che chi attraversa questo percorso non ne esca semplicemente sapendo più cose. Mi auguro che ne esca vedendo più cose. Perché ciò che finalmente riusciamo a vedere non siamo più costretti a subirlo. Ed è proprio in quello spazio che si apre la possibilità di scegliere e, quindi, di cambiare. Con anche a disposizione moltissimi strumenti per generare quel cambiamento desiderato , stabile e duraturo.

Il libro si chiude annunciando un terzo volume, dedicato anche all’ipnosi ericksoniana. Come vedi il futuro della collana, e più in generale del tuo percorso come autore e come coach, nei prossimi anni?

In realtà considero il terzo volume una tappa naturale di un progetto molto più ampio. Fin dall’inizio non ho immaginato La Lama Invisibile come una semplice trilogia, ma come un’opera destinata a crescere nel tempo, nella quale ogni libro rappresenta un modo diverso di affrontare la stessa domanda: che cosa continua a guidare le nostre scelte senza che ce ne accorgiamo? I primi tre volumi costituiscono il cuore di questo percorso. Il primo accompagna il lettore a riconoscere la struttura invisibile che organizza il modo in cui percepiamo, interpretiamo e viviamo la nostra esperienza. Il secondo mostra come intervenire su quella struttura attraverso alcuni degli strumenti più efficaci della PNL Strategica. Il terzo completerà questo primo ciclo approfondendo temi come l’ipnosi ericksoniana, la Timeline, i livelli logici e altri modelli che permettono di lavorare ancora più in profondità sull’esperienza soggettiva. Ma credo che le idee abbiano bisogno di linguaggi diversi. C’è chi ha il tempo e la voglia di affrontare un percorso completo, come i tre volumi principali, pensati per chi vuole andare fino in fondo. C’è chi preferisce avvicinarsi attraverso una guida pratica, per poi magari arrivare in un secondo momento alla collana completa. C’è un genitore che cerca, per suo figlio, una fiaba capace di aiutarlo ad affrontare una paura, ad addormentarsi più sereno, o semplicemente a imparare per gioco una strategia che userà per tutta la vita. E c’è chi, semplicemente, preferisce perdersi in un romanzo, e lasciare che la trasformazione arrivi senza che nessuno gliela spieghi. Eppure, prima o poi, tutti si trovano ad affrontare le stesse domande: come superare una paura, prendere una decisione difficile, affrontare una perdita, migliorare una relazione, ritrovare fiducia in se stessi o dare un significato diverso a ciò che stanno vivendo. Per questo il progetto continuerà a svilupparsi in direzioni diverse. Sto lavorando a una collana di dodici guide pratiche, ciascuna dedicata a un argomento specifico, pensate per offrire strumenti concreti e facilmente applicabili nella vita quotidiana. Allo stesso tempo nascerà un libro di fiabe per bambini, perché credo che alcuni modi di osservare il mondo possano essere trasmessi fin dall’infanzia attraverso il linguaggio più naturale che esista: quello delle storie. C’è poi un progetto al quale tengo in modo particolare: un romanzo, dedicato ad un caro amico il Dott. Enzo Piccinini , scomparso prematuramente, alcuni anni fa. Non sarà un manuale travestito da racconto e non parlerà di PNL in modo esplicito. Sarà una storia nella quale i personaggi, attraverso le loro scelte, i loro conflitti e il loro modo di interpretare ciò che accade, permetteranno al lettore di incontrare gli stessi principi senza che nessuno glieli spieghi. Accanto ai libri continuerà a crescere anche il sito La Lama Invisibile, che immagino come un luogo di approfondimento e di studio, con articoli, esempi, casi pratici, percorsi di lettura e nuovi contenuti capaci di accompagnare le persone anche dopo aver terminato un libro. Una piattaforma in grado di accogliere coach per confronti e scambi di idee e dove dialogare. Per questo motivo il mio lavoro come autore e quello come coach, per me, sono la stessa cosa. Scrivere, fare coaching, tenere corsi o realizzare nuovi contenuti non sono attività diverse, ma modi diversi di perseguire lo stesso obiettivo: aiutare le persone a vedere ciò che, fino a quel momento, era rimasto invisibile. Se penso ai prossimi dieci anni, quindi, non immagino semplicemente una biblioteca con qualche libro in più. Il cambiamento che desidero non si ferma al livello dei contenuti o degli strumenti, ma attraversa i livelli logici uno per uno — cosa le persone fanno, di cosa sono capaci, in cosa credono — fino ad arrivare ai due che per me contano davvero: chi scelgono di essere, e quale missione questo permette loro di servire. Perché, in fondo, il mezzo può cambiare. Può essere un metodo fatto di esercizi e allenamento, una guida pratica, un romanzo, una fiaba, un corso o una conversazione. Quello che non cambia è la domanda che continua a guidare tutto il mio lavoro. Che cosa non stiamo vedendo che, proprio per questo, continua a guidare le nostre scelte? È un acceleratore verso il cambiamento desiderato. Se, attraverso la lettura dei miei libri, riuscirò a far emergere questa domanda nelle persone e, grazie agli strumenti che ho condiviso, ad aiutarle a guardare la realtà da una prospettiva diversa, allora La Lama Invisibile avrà raggiunto il suo scopo: immaginare un futuro diverso e avere gli strumenti per realizzarlo. Di fronte al buio di quella vacanza sulla neve esisteva una porta che non vedevo. Parlarne l’ha resa visibile. Una porta che apre infinite possibilità. Avevo paura. Se non c’è paura non ci può essere coraggio. Vedere quella porta mi ha dato il coraggio di aprirla. Mi chiedo quale porta, tu che stai leggendo ora, non stai vedendo… ora.

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- 03/08/2026

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