
Isabella Lanzafame firma un libro intenso e delicato, nato da ventidue giorni di navigazione e trasformazione personale. Il risultato è una narrazione coinvolgente che unisce denuncia ambientale, amore materno e immersione paesaggistica, mostrando come un’esperienza possa diventare racconto e il viaggio trasformarsi in gesto narrativo consapevole.

Isabella, nel tuo libro la disabilità non è mai raccontata come limite, ma come lente attraverso cui guardare il mondo in modo nuovo. Come sei arrivata a questa visione così luminosa e rispettosa?
Attraverso un percorso lento e talvolta doloroso, che è durato molto. Non è facile accettare fin da subito a cuor leggero una diagnosi di disabilità che riguardi il proprio figlio, appena ti viene comunicata. È una cosa troppo difficile da metabolizzare in poco tempo. Io ho sperato inizialmente che ci fosse un errore di valutazione, o che la sua condizione mutasse. Poi ci sono stati gli anni di tentativi di recupero, di riabilitazione, di terapie, che proseguono tutt’ ora e che reputo siano necessari. Ma ho smesso di cercare di inseguire determinati standard irraggiungibili e di essere infelice se non conseguiti. Mio figlio ha una ingenuità e una purezza che rendono la sua diversità speciale, tanto da considerarmi fortunata guardandomi attorno. Ho cominciato ad aprire gli occhi e a rendermi conto che alla fin fine c’è purtroppo anche chi sta peggio. Guardando ad un mondo indorato, alla superficialità, all’apparenza si continua a desiderare sempre qualcosa di effimero e non si è felici. E così ho cominciato a osservare attraverso il suo sguardo e a capire che il suo modo di essere non era altro che una risorsa per fare determinate cose, piuttosto che altre. Ci sono un’infinità di attività che non potremo mai fare: io per esempio non posso uscire liberamente e lasciarlo da solo in casa, come lui non ha l’autonomia per prendere e andarsene indipendentemente con i coetanei, magari a ragazze, o per una pizza. Ma ci sono innumerevoli altre esperienze che fortunatamente possiamo sperimentare, come quelle con la barca. I limiti esistono solamente fino a quando ci si focalizza solamente su aspetti negativi. Ognuno di noi credo abbia criticità e punti deboli: si tratta di saperli volgere a proprio favore e farli diventare punti di forza.
Il viaggio tra Venezia e Grado è anche un viaggio nella memoria e nelle radici: quali ricordi della tua infanzia lagunare hai ritrovato lungo il percorso?
Non molti perché sono nata e cresciuta in terraferma, la laguna l’ho scoperta solo avanti con l’ età. Per molti anni mi sono sentita senza radici, ho vissuto all’estero e cambiato numerose città. Ho realizzato di avere un radicamento con questo territorio, solo quando, a forza di chiederne, esplorarlo e leggerne, ho cominciato a conoscerlo più approfonditamente per la prima volta e ad amarlo. Della realtà dei casoni di Grado ho riscontrato delle affinità con la vita di un tempo nelle campagne della gronda lagunare, raccontata da mia madre e da mio zio, come narro nel libro.
Scrivi con un equilibrio raro tra poesia e concretezza. Qual è la tua ricerca stilistica e come si è formata nel tempo?
Prendendo questa domanda per un complimento, ammetto che in realtà scrivo in maniera impulsiva, quasi senza pensarci. Tante volte non so nemmeno cosa mi uscirà quando mi siedo davanti alla tastiera del computer, non penso allo stile… seguo un po’ il corso dei miei pensieri. Se c’è stata una formazione, è sicuramente dovuta alla lettura dei più disparati testi e autori: stranieri, italiani, classici e contemporanei.
Molte pagine sembrano invitate alla meditazione: quale ruolo hanno per te il silenzio, l’attesa e l’osservazione nella scrittura?
Il silenzio induce ad ascoltare altri suoni impercettibili della natura, che spesso sono sovrastati da altri rumori. Cercando di capire da cosa sono provocati, di conseguenza si conosce meglio il mondo attorno a noi. Senza interferenze riusciamo inoltre ad ascoltare maggiormente i nostri pensieri e a sondare noi stessi più in profondità. Invece attraverso l’osservazione curiosa, anche delle cose che ai più sembrano banali, si aprono un mondo di storie, di racconti, di possibilità… L’attesa è il mio punto debole: sono (come dicevo nella domanda precedente), impulsiva nello scrivere e in generale nella vita. Concludo sorridendo, pensando all’aneddoto del libro di quando finisco in secca per ore con la barca e ne combino di tutti i colori, prima di rassegarmi all’attesa della marea crescente.