Quanto ti piace fare musica elettronica? E’ la tua ragione di vita o cosa? Quanto la tua musica parla di te?

Ciao! Nel ‘700 per poter fare questo tipo di musica avrei dovuto ricorrere ad un’orchestra, il che è piuttosto impegnativo. Oggi posso farlo da casa con un paio di cuffie e senza disturbare i vicini anche grazie alla musica elettronica. C’è anche poi un discorso di sonorità. Sono cresciuto con i sintetizzatori, li suonavo fin da ragazzino e in quel periodo nel mondo circolava la musica degli anni ’80, per cui tali sonorità le porto dietro fin da allora. Mi piace poi fare musica elettronica per motivi legati alla sperimentazione, nulla come l’elettronica lo permette. La mia ragione di vita è certamente legata alla musica poiché è il mio canale comunicativo privilegiato ma essa parla di me in modo abbastanza relativo. Non voglio che parli di me, non sono così interessante, però purtroppo succede che possa parlare anche di me perché sono io a realizzarla. La musica parla per chi la ascolta, soprattutto la musica strumentale dove non vi è un testo a delineare una visione.

Rebirth, rinascita. Perché questo titolo? Rinascita da cosa?

Rilke scriveva che rinasciamo tutti i giorni. Volendo ogni giorno può essere una pagina bianca da poter riscrivere, ma ci viene data questa possibilità solo se vogliamo coglierla. Il processo di morte e rinascita è una legge dell’Universo e la si trova davvero ovunque. Viviamo ignorando o facendo resistenza ai cambiamenti mentre l’evidenza ci mostra in ogni attimo che stiamo navigando contro corrente. Per rinascere dobbiamo accettare di morire, nel senso che siamo invitati a lasciare andare le cose che hanno fatto il loro corso. E spesso non ci va tanto a genio.

C’è tanta malinconia in Rebirth. Stupisce la bella foto dell’artwork. Ci puoi parlare di entrambe?

Trovo che la malinconia sia un bel sentimento, sottende bellezza, dolcezza e amore. Quando perdiamo qualcosa o qualcuno, quando ci lascia la fidanzata, quando dobbiamo abbandonare un luogo amato non ci diamo pace e soffriamo ma poi (a parte forse il caso della fidanzata) subentra in noi quel sentimento che è come una parte di quel qualcosa che è rimasto con noi. Ma ogni fine è un nuovo inizio, il sole risorge tutti i giorni e da quella perdita di solito nasce qualcosa di buono. L’immagine dell’artwork rappresenta questa metafora.

Nel tuo passato c’è la musica rock. Cosa ricordi di quei momenti particolarmente?

La condivisione, le risate, il divertimento e l’amicizia. Anche gli “sbattimenti” ma fanno parte del gioco.

In passato da indipendente ora ti presenti con una label. Ci spieghi il perché di questa scelta?

Certo. Productiones Implexa è una giovane etichetta di Olbia fondata dal caro amico Alessandro Ulivieri. Oltre ad amicizia ci lega stima reciproca e lo scorso anno mi propose una collaborazione alla quale ho aderito con piacere in occasione dell’uscita di questo singolo.

Quali programmi o strumenti usi per creare la tua musica?

Uso due sintetizzatori analogici per le sonorità più vintage, uno ibrido analogico/digitale che mi permette di fare un po’ tutto e un campionatore/drum machine di moderna concezione. Più qualche virtual synth. Registro, mixo e masterizzo in Ableton Live.

Se penso all’elettronica del passato mi viene in mente Vangelis e ovviamente “Blade Runner”, caposaldo della fantascienza. Sotto quale film del passato o dei tempi recenti vedi la tua musica?

Ma assolutamente e senza alcuna ombra di dubbio in “2001 Odissea nello spazio”!

Trust, Voyage, Rebirth, etc. sembrano tutte parole chiave. Cosa mi puoi dire a riguardo?

I titoli sono le uniche parole presenti nella musica che produco. Il problema è che le parole definiscono, delineano un contesto, chiudono un recinto, indirizzano, impongono, limitano l’esperienza. Per questo cerco di utilizzarle il meno possibile. Lo faccio perché adoro quando le persone mi dicono: “Sai, ascoltando il tuo pezzo ho visto una barca che vola guidata un elefante blu”. Mi piace che le persone siano libere di creare le loro visioni mentre ascoltano la musica. In questo modo essa diventa qualcosa di interattivo, si crea un rapporto tra chi la produce e chi ne fruisce, anche l’ascoltatore può partecipare attivamente dando forma alla sua creatività, non è un ascolto passivo. In questo modo la musica diventa più democratica. Il titolo è un invito, il resto ce lo mette l’ascoltatore, che per me è libero.

In conclusione, cosa c’è nel futuro di Emmeffe?

C’è sicuramente il seguito del primo album “Trust” e forse un EP che conterrà alcune cose fatte prima della sua pubblicazione, quelle più strane e sperimentali. Un grazie agli amici di Cyrano Factory ed un a-risentirci al più presto!

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