
Leonelli intreccia autobiografia e finzione in una narrazione intima, attraversata dalla “Commedia” e dalla consapevolezza del presente. L’intervista svela i legami tra la malattia, l’amicizia e la capacità di osservare la vita con occhi nuovi, passo dopo passo.

Una delle idee centrali del romanzo è che per andare avanti bisogna lasciare andare ciò che pesa. Qual è stato, per te, il peso più difficile da togliere dallo “zaino” della vita?
Forse potrei alleggerirmi ancora, anzi ne sono certo, ma tutto quello che ho tolto finora non mi è costato fatica lasciarlo andare. Da un certo punto di vista ogni volta che lasciavo qualcosa o qualcuno mi sentivo pronto per farlo. Più difficile è quando viene a mancare qualcosa all’improvviso e siamo costretti a confrontarci con un vuoto a cui non eravamo preparati.
Nel libro convivono ironia, dolore e poesia. Come lavori per mantenere questo equilibrio narrativo senza cadere nel sentimentalismo né nella durezza?
Non ho nessuna ricetta e nessuna linea da seguire. Cerco di essere me stesso, allo stesso tempo non voglio condizionare il lettore con stati d’animo predefiniti.
L’incontro con Fabiana e Alessia apre nuove dinamiche nel cammino. Che ruolo hanno le relazioni inattese nella trasformazione dei tuoi personaggi?
Hanno un ruolo decisivo perché quando siamo in cammino sono gli incontri inattesi che ci spingono con più forza a cambiare i programmi o qualcosina di noi stessi.
Hai raccontato molti cammini nella tua vita: cosa rende la Francigena così speciale, da meritare un romanzo dedicato?
Sicuramente la storia millenaria di questa Via. Credo che i milioni di pellegrini o viandanti che l’hanno percorsa nel corso dei secoli hanno lasciato qualcosa di loro nella terra sulla quale oggi camminiamo. Può sembrare strano, ma in certi luoghi si percepisce la forza, la fatica e la determinazione di chi ci ha preceduto.