
Se il precedente capitolo raccontava il desiderio come dipendenza, qui il focus si sposta sulla presenza. MONSTAH è un brano che non cerca introspezione, ma impatto. Una traccia costruita per occupare spazio, tanto nelle cuffie quanto sul palco.
Musicalmente il pezzo si muove su coordinate drum and bass ad alta intensità: beat veloci, bassline abrasive e una struttura che spinge costantemente in avanti. L’elettronica guida il brano, ma la matrice hip hop rimane evidente nell’attitudine, nella scrittura e nella costruzione delle immagini.
Il rap qui non è solo forma, è linguaggio. Le barre mantengono un approccio diretto e tagliente, mentre il flow si muove con sicurezza dentro una produzione che non concede pause. Marti Stone porta un’energia quasi performativa, mentre El Santonada costruisce un impianto sonoro che amplifica il senso di urgenza e dominio scenico.
Il cuore del brano è l’hook “rockin’ the set like a monstah”. Una frase semplice, immediata, quasi ossessiva. Più che un ritornello, una dichiarazione d’identità. È lì che il pezzo trova il proprio centro: non nel racconto, ma nell’affermazione.
MONSTAH si inserisce inoltre nel concept più ampio TUTTO TUTTO / NIENTE NIENTE, il progetto che accompagnerà il percorso del duo fino ai prossimi EP e all’album finale. Un manifesto costruito sugli opposti: emotività e impatto, controllo e caos, vulnerabilità e potenza.
Anche il percorso live sta contribuendo a definire questa identità. Marti Stone & El Santonada hanno infatti avviato il loro primo tour internazionale tra Spagna, Italia e Regno Unito, utilizzando il palco come spazio di sperimentazione e crescita. Ogni data diventa così parte integrante del progetto, consolidando il rapporto con il pubblico e rafforzando il dialogo artistico tra i due.
Con MONSTAH, il duo dimostra di non voler restare fermo dentro una formula. Il brano espande il loro linguaggio, spinge sull’energia e conferma una visione sempre più definita. Un passo avanti che non rinnega il passato, ma ne alza decisamente il volume.

