
Non solo una città, ma un’emozione. Con «Tokyo», i Beik fondono vita vissuta e suggestioni orientali, dando forma a un mondo sonoro personale e universale. In questa intervista si esplora il loro processo creativo, tra equilibrio fragile e sogni concreti come un palco e un pubblico reale

Ciao ragazzi! “tokyo” sembra parlare tanto di fuga quanto di ritorno. In che modo giocate con questa dualità?
Scappare e tornare per scappare è un po’ quello che oggi stiamo vivendo e la la nostra generazione più che mai si trova ad affrontare un vuoto pieno di burnout…
Dal punto di vista produttivo, qual è stata la scelta più coraggiosa che avete fatto nel creare il brano?
Sicuramente rifondere di nuovo il brano con una visione totale della band ad anni di distanza di quando è stata scritta tokyo.
Nel testo emergono emozioni contrastanti. Vi capita spesso di lavorare partendo da sentimenti irrisolti?
Abbiamo un contratto indeterminato con i problemi irrisolti e ci stiamo “lavorando” 🙂
Avete un sogno nel cassetto legato alla vostra musica che sperate di realizzare a breve?
Si avere una fan-base solida che si rivede in noi e in ciò che diciamo, questo ci permetterà di suonare il più possibile.