ARIZONA, di Juan Carlos Rubio – 20, 21 e 22 febbraio al Teatro dei Documenti, Roma. Regia di Fabiana Pagani

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ARIZONA, di Juan Carlos Rubio – 20, 21 e 22 febbraio al Teatro dei Documenti, Roma. Regia di Fabiana Pagani

2005, lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico, gruppi di comuni cittadini americani — armati e autoproclamatisi Minute Men — decidono di vigilare il confine per impedire l’ingresso dei migranti irregolari.
Non sono soldati, non rispondono al governo: sono “persone della porta accanto”, convinti di difendere la patria, la sicurezza, l’ordine. Una frontiera di sabbia e convinzioni, dove la paura si traveste da dovere morale.

Da questi fatti reali nasce Arizona, dell’autore spagnolo Juan Carlos Rubio, un gioiello di drammaturgia e un grido di spaventosa attualità.
Pochi anni dopo, la realtà avrebbe superato la finzione: il presidente Donald Trump annuncia la costruzione di un muro per separare gli Stati Uniti dai loro vicini del sud.
Il muro diventa simbolo, ferita, metafora.

Ma quel muro non divide solo i paesi — divide le coscienze.
Arizona è uno specchio crudele: riflette la nostra incapacità di compassione, l’assurdità delle leggi che decidono chi è dentro e chi è fuori, la facilità con cui ci lasciamo addomesticare dal potere.

Arizona parla di due persone George e Margaret, ma racconta di tutti noi.
Racconta di come il capitalismo, spinto fino all’estremo, può condurre — quasi senza che ce ne accorgiamo — a una progressiva disumanizzazione.

Forse vediamo il male negli altri per non riconoscerlo in noi stessi.  Perché i rifugiati ci fanno così paura? Non sono persone come noi? E allora, perché abbiamo bisogno di confini… con alcuni stranieri sì, e con altri no? Perché non con tutti — o forse con nessuno?

Perché abbiamo tanta paura dei poveri?
Forse perché il capitalismo ci ha convinti che il nostro valore si misura in ciò che possediamo,
e non in ciò che siamo. E così temiamo chi non ha, perché ci ricorda quanto poco basta
a toglierci tutto.

Questa è una delle grandi contraddizioni dell’essere umano: come si può essere al servizio di Trump e Gesù Cristo allo stesso tempo?  Come si può alzare una mano per pregare e l’altra per respingere?

Come diceva Tahar Ben Jelloun” Siamo sempre lo straniero di qualcun altro”.

Nella mia interpretazione del meraviglioso testo di Juan Carlos Rubio, ho immaginato i personaggi più giovani rispetto all’età suggerita dall’autore. Vedere un giovane che spara e odia uno sconosciuto è, infatti, un gesto ancora più potente e anacronistico: la giovinezza non è ancora così segnata dal passato, ma al tempo stesso è più vulnerabile e facilmente manipolabile dai mezzi tecnologici contemporanei.
Questa scelta intende riflettere l’ondata di giovani che, oggi, si avvicinano ai movimenti di estrema destra senza comprenderne davvero le radici o le implicazioni. Non hanno

 

coscienza del passato né delle conseguenze delle proprie azioni, eppure le loro scelte finiscono per cambiare la vita di molte persone.

Ho scelto un’estetica ispirata a American Beauty, per evocare il sogno americano del successo e dell’apparenza: un mondo lucido e rassicurante solo in superficie. All’inizio, tutto sembra appartenere a una commedia romantica, quasi patinata, ma questa armonia si incrina presto di fronte alla presenza inquietante delle armi e dell’attrezzatura che i protagonisti portano con sé per “vigilare” sui vicini.
Il caldo soffocante e il silenzio dell’Arizona diventano lo specchio di una tensione interna: la profonda insoddisfazione e la crisi esistenziale di George emergono lentamente, mentre Margaret, dietro la sua apparente perfezione di moglie devota, inizia a interrogarsi, a incrinare la superficie.
È in questo contrasto — tra bellezza e violenza, tra controllo e fragilità — che prende forma la loro verità. Una verità troppo assurda per essere sostenuta, che li condurrà inevitabilmente verso la tragedia.

Fabiana Pagani, regista.

 

Juan Carlos Rubio (autore)

Diplomato alla Real Escuela Superior de Arte Dramático y Danza di Madrid e alla Escuela de Teatro di Alcorcón, coltiva fin da subito una profonda passione per la recitazione. Lavora come attore in numerosi spettacoli teatrali e serie televisive, affermandosi anche come presentatore di programmi a quiz.

Dal 1992 inizia parallelamente l’attività di autore per la televisione e il cinema, per poi dedicarsi anche alla scrittura teatrale. La sua prima pièce, Esta noche no estoy para nadie, debutta nel 1997, seguita da 10, El bosque es mío, Dónde se esconden los sueños, Las heridas del viento e Humo.

I suoi testi vengono rappresentati non solo in Spagna, ma anche in Perù, Cile, Porto Rico e Stati Uniti, ottenendo ampio riconoscimento internazionale.

Numerosi i premi e le menzioni ricevuti, tra cui: il Primer Accésit del Premio Hermanos Machado di Siviglia (2000) per Las heridas del viento; il Premio Ciudad de Alcorcón (1998) per Esta noche no estoy para nadie; il Premio Teatro Infantil Escuela Navarra de Teatro (2004) per ¿Dónde se esconden los sueños?; il Premio Animasur Teatro Breve (2005) per Epitafio; il Premio Teatro SGAE (2005) per Humo; il Premio Fatex “Raúl Moreno” (2006) per Arizona, opera che riceve anche la *Mención de Honor del Premio Lope de Vega de Teatro.

Nel 2010 ottiene il Premio HOLA di New York come miglior regista per l’opera Il pesce grasso. Le sue opere sono oggi rappresentate e tradotte in oltre 20 Paesi.

Con il patrocinio dell’Ambasciata di Spagna e la benedizione dell’autore Juan Carlos Rubio, ARIZONA debutta il 20, 21 e 22 febbraio al Teatro dei Documenti, Roma.

Vi aspettiamo.
🎟 Prenotazioni:
📧 fgpproduzioni@gmail.com
📱 WhatsApp: 3389218967

 

- 10/02/2026

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