Tomaso Kemeny (Budapest 1938) vive a Milano dal 1948, come anglista e ha scritto libri e saggi su Marlowe, Coleridge, Shelley, Lord Byron, Lewis Carrol, Dylan Thomas, James Joyce de Ezra Pound. Ha pubblicato oltre dodici libri di poesia, ed è presente nelle più importanti antologie poetiche di rilievo nazionale e internazionale. È uno dei fondatori del movimento Mitomodernista, del movimento ·Poetry and Discovery”, nonché della CASA DELLA POESIA DI MILANO (2006). Ho amato il suo penultimo lavoro per la casa editrice Effigie dal titolo Per il lobo d’oro: si tratta di una narrazione che copre quaranta anni del Novecento, dal 1938, anno di nascita dell’autore in Ungheria, fino al 1978 a Milano. Nel 1947 Kemeny (il padre del Nostro muore sul fronte russo) viene adottato dal patrigno e nel 1948 la famiglia scappa dall’Ungheria per evitare la deportazione. L’avventura di questo tracciato biografico vede l’autore peso medio negli Stati uniti sul ring di Chicago, poi protagonista di un incontro con André Breton e poi tutte le esperienze d’avanguardia nella Milano degli anni Settanta. Il libro evoca visi, voci, visioni e labirinti di libertà costruiti da un grande poeta nostro contemporaneo. L’ultima pubblicazione arriva in questi giorni. La nuova raccolta 25 appuntamenti + 2 col sicario di Tomaso Kemeny, che vede gli interventi critici di Donato Di Poce, Chiara Evangelista, Laura Garavaglia, Ottavio Rossani continua saldamente la tradizione per versi del Nostro, volta a realizzare quel sogno e segno incisivi nella realtà di ogni giorno attraverso l’utopico, l’eroico, l’eretico e l’erotico. Ogni componimento è un gioco alla roulette russa del Destino, dove solo la Poesia è in grado di porre Ordine al Caos. Il volume è inoltre impreziosito da 27 tavole grafico pittoriche dell’artista Paola Scialpi, che ha interpretato con il suo stile inconfondibile il messaggio poetico di Kemeny in questa silloge.

La CreAttività di Tomaso Kemeny,(uno dei nostri piu’ importanti poeti contemporanei e fulgido esempio di poesia totale), dopo romanzi, poesie, testi critici e action poetry, si arricchisce di questa sua matura suite aforistica (25 appuntamenti col sicario), spalancandoci le porte ad un ennesimo tesoro nascosto di bellezza ed energia poetica. Il poeta che ci fa dono di 25 appuntamenti con il sicario (figura simbolica che allude a qualcuno o qualcosa mandata da qualcun altro per uccidere, figura già presente in una raccolta giovanile di Kemeny  “Il guanto del sicario” degli anni ‘60). E allora Tomaso a distanza di anni raccoglie la sfida (del tempo, della morte e della non poesia) e ingaggia un corpo a corpo con le parole (amiche di sempre) sul ring della vita (su cui combatte da sempre), con Dio, con l’amore, con la poesia e con la luce della bellezza che fiammeggia qua e la’ nel cimitero dei vivi e dei sopravvissuti. (Donato Di Poce)

Tomaso Kemeny poeta e critico è partito da André Breton, fondatore del surrealismo, le cui poesie ha anche tradotto in italiano. Se ne è innamorato, lo ha conosciuto e frequentato negli ultimi anni prima della morte. Ha anche assorbito quella poetica che nei sogni trasferiva il senso della realtà presente e futura coniò il concetto di “automatismo psichico puro” (il pensiero non filtrato dalla razionalità”). L’energia bretoniana è entrata nel sangue di Kemeny non solo attraverso le parole e le opere, ma anche attraverso l’amicizia e la corrispondenza emotiva. Dal ribollire delle pulsioni giovanili Tomaso oggi è arrivato a poter raccontare le grandi imprese, o le pulsioni e le immagini quotidiane, per la poesia, per la Bellezza, per il senso del vivere e del pensare di questa umanità sempre ribollente di grandi decisioni e, però, anche di irrazionali crudeltà. (Ottavio Rossani)

(…) questi “incontri col sicario” che uniscono alla brevità la potenza della visionarietà, sono anche una riflessione sul trascorrere inesorabile del tempo, sul senso della vita, sul rapporto immanente-trascendente che a me sembra reso in maniera significativa da questi versi: “sul ring/ il silenzio di Dio/ mi mette/a tappeto”. Qui il poeta accenna al proprio passato, quando trascorse un periodo della giovinezza negli Stati Uniti e praticò con successo il pugilato. La metafora del ring è quella di una vita vissuta come “combattimento” per affermare la bellezza; ma per un istante egli sembra vacillare nelle sue convinzioni, perché agli esseri umani non è dato sapere cosa sarà dopo la vita terrena, non è concesso all’uomo sentire la voce di Dio. Tuttavia nei versi finali l’inquietudine sembra svanire nella consapevolezza che, quell’ “oltre“ a noi sconosciuto, avrà una “Bellezza nuova”: ricongiungersi con l’Universo, tornare ad essere, nel “latte blu”, metafora della nostra galassia, la Via Lattea, quella polvere di stelle da cui tutto e tutti proveniamo. (Laura Garavglia)

Kemeny non si smentisce e ricerca il ruolo del testo nel contesto, il ruolo del poeta nell’insofferenza asmatica dell’indigesto hic et nunc. “Nella solitudine/il poeta/vive/ prostrato/ nella luce”. I versi sono esemplificativi di un dialogo tra l’infinitudine del Thumos greco (significante “anima emozionale”) e la “putrefazione epocale di un’estetica priva di utopia” in cui il poeta scava fino alle radici del Tempo asincrono e ha “sete di metamofosi”. Netto e decisivo è l’influsso della poetica surrealista di Andrè Breton sull’autore. “La poesia si fa con l’ombra dei larici e la melma e col riflesso azzurro del lago più lontano”, volendo citare alcuni versi noti del poeta francese. “I grandi poeti/defunti/ricordano/i versi/ che non ho/scritto/ e che non riuscirò/ a scrivere”. Kemeny eredita il Passato, snodando la trama chiaroscurale della grammatica del Presente, per farne una pagina di luce della poetica contemporanea. (Chiara Evangelista)

 

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